venerdì 23 febbraio 2018

l'ultima piadinoteca sulla strada per Emmaus

Questo brano piuttosto anomalo, che chiude l'album con un'armonia onirica e intensa, è la mia elaborazione molto personale dell'episodio evangelico dei discepoli di Emmaus, interpolata con ricordi personali, che affiorano piu o meno subliminalmente nelle voci in sottofondo e nella parte recitata.

giovedì 15 febbraio 2018

storia parte 2: il complotto della melodia

vi stordirò, vi tramortirò,
perché nessuno più può sfidarmi ora,
ragazzi, ho veramente uno stile irresistibile!
(Irresistible Style, The Melody Plot, 1984)

Uscito dal tunnel della saga cosmica o medievale, quasi per reazione mi tuffai in un mondo di canzoncine acqua e sapone da juke box anni '60, ritmi di twist e di beguine, sulla scia della moda delle "radio graffiti" e Grease, e dei miei ascolti di Elvis, complici anche gli accompagnamenti ballabili preconfezionati del mio organo. Queste furono le prime canzoni che ho suonato con amici in cantina e poi anche dal vivo.
Era un puro gioco, facevo affettuosamente il verso a uno stile che associavo al divertimento e alla leggerezza, ma non senza ironia. Per esempio I need you, uno sdolcinato shuffle in 12/8 su giro di do, cantata in stile crooner, un testo estremo, quasi zappiano, fu a lungo la mia canzone di maggior successo, quella che anche dopo anni tutti ricordavano. Esempio significativo di un duplice livello di interpretazione della mia musica: un'apparenza orecchia­bile e piaciona, e un livello più intimo, noto solo all'autore, che sorride dietro le quinte. Cui fa parte anche il gioco di parole del titolo, The Melody Plot, “Il complotto della melodia”, che parafrasa il film di Hitchcock “Family Plot”
In pratica portavo avanti due produzioni musicali indipendenti, quella segreta e quella pubblica, il mio mondo intimo e il gioco della musica. Le due cose han finito per combaciare, ma il passaggio è stato graduale: prima di mettere in piazza qualcosa di proprio, c’è molto da imparare. 
Segue una fase di produttività compulsiva, potevo scrivere una canzone al giorno, e in poco tempo compilai altri cinque album, raggruppati per omogeneità tematica o di ispirazione, ma che in prospettiva possono essere visti come un tutto unico.
Per prima cosa feci “uscire” simultaneamente due album (anni prima aveva fatto la stessa cosa uno dei miei riferimenti giovanili, Edoardo Bennato, portando assieme in classifica “Sono solo canzonette” e “Uffà Uffà”).
In un gruppo finirono tutte le canzoni legate da un certo filo comune sognante, da argomenti fantasiosi, musicalità oniriche, e diventarono The Princess of Snow (La Principessa della Neve), titolo scelto unicamente per il carattere evocativo (il titolo di backup era A Way Through, “Una Via Attraverso”, intendendo la musica come una porta per passare dal mondo reale a quello segreto, come lo specchio di Alice).
L'altro si chiamava invece The Daily Miracle (con una illustrazione che faceva il verso a “The Daily Mirror”, nota testata britannica) e il fil rouge è una sorta di dichiarazione di poetica, che celebra la bellezza della vita, e lo scorrere del tempo.
Per realizzare tutto questo avevo a disposizione ancora solo il suono piatto e primitivo dell'organo, che ora non era più astrale e psichedelico, ma era diventato per me una sorta di suono interiore, come un canto a bocca chiusa, quasi un prolungamento fisico della mia voce. Ma a risentirlo oggi è tollerabile solo ad arricchirlo con la fantasia.
Le canzoni invece evolvono, le idee a poco a poco diventavano più concrete, la stesura musicale più consapevole (note non ribattute, struttura non standard, metriche variabili), la scrittura più complessa, e cominciavano a prendere forma temi di più largo respiro, e un pochino più intimi di quelli di The melody plot, ma siamo ancora lontani dall'autobiografia, se è vero che racconto un viaggio in macchina coast-to-coast (Another day's fading lights), o la caduta e la redenzione di un uomo tra due notti di Natale (One year in one man's life). Ma non c'è bisogno di essere innamorati per scrivere una bella canzone d'amore, e si possono scrivere libri d'avventura anche restando a casa.
In The Daily Miracle ci sono almeno due canzoni che hanno avuto a lungo una vita propria: Good morning, Mrs. Applestoneil mio primo esempio di canzone buffa, tradotta anche in italiano per un concerto, e Call me whenuna ballata sentimentale, molto classica, di grande e scontato successo.

martedì 9 gennaio 2018

storia parte 1: le origini

Come parlare di musica che non posso fare ascoltare perché mancano registrazioni dignitose? Potrei approfittarne per rifarla, è vero, ma al momento esula dalla mia disponibilità di tempo.
In cinque anni, dal 1982 al 1987, prima di Moods, ho scritto una sessantina di brani, raccolti in sette cosiddetti album (in pratica audiocassette). Prima di allora anch'io, come è giusto, avevo fatto più o meno maldestri tentativi cantautorali adolescenziali (spicca tra tutte una commovente lirica sull'Italia Campione del Mondo), addirittura prima di saper suonare, e molte le ricordo ancora perfettamente anche se non le ho mai registrate. 
Quando più tardi (ed è un "più tardi" della giovinezza, quando un mese vale almeno un anno) cominciai a voler lasciare qualche traccia compiuta, la mia visione era diventata un'altra, e più ambiziosa: sognavo di scrivere opere rock, suite metafisiche, saghe epiche e magniloquenti, concept album di portata letteraria, a prescindere dalla possibilità tecnica di realizzarli. Molte di queste idee hanno comunque formato l'humus per i lavori successivi, e aiutano a capire il resto. 
Per prima cosa ci furono due esperimenti, inascoltabili ma molto significativi di come intendessi differenziarmi dal cliché di chi suonava la chitarra per animare i falò o le gite parrocchiali e componeva versi per attirare le ragazze. Il primo esperimento di confezionamento di un "album", con un concetto e addirittura una propria copertina, si chiamava Exilium. Un instant-tape un po' kitsch, in cui assemblai rumori ambientali, musiche scritte in due pomeriggi e altre che mi ronzavano in testa da tempo, intorno a un filo conduttore psichedelico-spaziale: i pensieri di una giornata, o il dormiveglia (ah, Joyce!) di un prigioniero in esilio su un altro pianeta che ha nostalgia della Terra.
La musica vorrebbe dare un'idea di desolazione totale, di solitudine cosmica, Radio tuning è una ricerca di suoni sulle onde lunghe, Tom turns off and tries to relax è una composizione di rumori stile “Ummagumma” o "Alan's psychedelic breakfast".
All'origine di tutto questo c'era la povertà dei suoni che avevo a disposizione (un organo Farfisa), per cui compensavo con la creatività la mancanza di tecnica e di strumenti. Il 90% è lasciato all'immaginazione, in una sorta di gestalt musicale.
La cosa curiosa è che, non padroneggiando ancora il pentagramma, scrivevo il nome delle note ad una ad una su un quaderno. Non ragionavo ad accordi, il che se da un lato era un limite enorme, dall'altro mi lasciava un'enorme libertà compositiva, che a volte invidio, perché più si diventa consapevoli delle regole dell'armonia più è difficile uscire dai binari e seguire l'istinto; si sentono chiaramente, nonostante l'ovvia ingenuità, precise intuizioni di un linguaggio più colto, non vincolato dagli schemi pop, come l'idea della ripresa di temi.
Il secondo progetto di album, mai completato, si chiamava Chronicle of old medieval legends, frutto di un fascino per il medioevo forse conseguenza degli studi, de “Il nome della rosa”, della moda di Tolkien e dei giochi di ruolo, delle copertine progressive, suggestioni letterarie che sono tornate più volte in tanti inediti successivi, come testimoniano i titoli: Flowers for Jeannette (una storia alla Emily Bronte)Windows on the storm ("Dicono che il vecchio non abbia occhi per vedere, ma può sentire, era il guardiano della torre in cui lei viveva libera") Burst out in physics lab  (una storia gotica alla Stevenson) The fall of Lucyfer (un richiamo a Milton!). Solo una cosa, forse, si salva, ed è una bellissima versione cantata della ballata classica Bonnie George Campbell.
Quando subito dopo comincio a comporre ciò che definisco, anche con un po' di ironia, “candide canzoncine pop”, ci arrivo veramente in senso dialettico. E' stato come disegnare a matita dopo aver imparato a fare affreschi: fare cose semplici, ma con la consapevolezza di un più grande respiro.

giovedì 21 dicembre 2017

un'altra notte (soltanto per vederti passare)

Un'altra notte (soltanto per vederti passare) (cliccare qui a sinistra per ascoltare) è uno di quei brani in cui ho affidato alla musica il compito di evocare un'emozione, e ho usato solo il titolo come didascalia, per cui ogni parola che aggiungerò è di troppo. Dedicata a un "essere di fuga", a una di quelle presenze la cui inafferrabilità non fa che accrescerne la desiderabilità, è il racconto di una sensazione che dura il tempo di uno sguardo e della nostalgia cosmica che lascia la sua assenza.
Anni dopo ho creato una versione cantata che si innesta su questo brano, ma non ho trovato tra le mie registrazioni una versione all'altezza di essere pubblicata.
Consigli per l'ascolto: una notte d'estate, con le luci della città dall'alto della collina.

giovedì 2 febbraio 2017

L'evoluzione dello stile

A proposito di giochetti e di riferimenti comprensibili solo al sottoscritto, l'album Esercizi Spirituali si apre con una breve introduzione strumentale intitolata L'evoluzione dello stile (la vita e le opere), che in effetti vorrebbe, non senza ironia, sintetizzare in poche battute i cambiamenti di linguaggio nella mia produzione. Inizialmente si possono ascoltare, sovrapposte e distinte sui due canali stereo, le introduzioni strumentali di "The Melody Plot" e "Moods" (ironicamente scrivevo nel mio sito "ben riconoscibili da chi conosce i precedenti lavori"), che si fondono dopo poche battute in una sorta di arrangiamento dance, che richiama in qualche modo lo stile dell'album, se non nel ritmo almeno nel gioco di intrecci di suoni e improvvisazioni.



lunedì 21 novembre 2016

Il racconto e il romanzo

Sto scrivendo una canzone alla Bruce Springsteen
e non è esattamente il tipo di cosa di cui vado fiero.
(This song, Visions)

Figlio di “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”, “The wall" o "The six wives of Henry VIII" (per citar esempi molto diversi), è comprensibile che abbia sempre avuto l'obiettivo di realizzare "album" più che canzoni. Affascinato, quando non ossessionato, da un'idea modernista della letteratura e da una consapevolezza dell'arte concettuale, ho spesso pensato in termini di un "tutto" che fosse di più della somma delle sue parti. Anche se non ho mai realizzato il "concept album" nel senso tradizionale, l'idea di unità, non solo temporale, che comporta inevitabilmente continuità di stile, ma progettuale, è ricorrente nella mia produzione.  Le mie canzoni sono talmente diverse tra loro che nessuno potrebbe farsi un'idea completa scegliendone una a caso (anche perché spesso inserisco brani interlocutori, scherzosi o strutturali, ripresa di motivi ecc.), ma solo inserendola in un contesto.

Anche in questo campo, inutile dire che si tratta di un gioco quasi esclusivamente mio. Pochi percepiscono l'immane lavoro che c'è dietro a un album, soprattutto quello di scarto e selezione. Molti hanno un'idea romantica dell'ispirazione artistica (un'entità magica che quasi detta la canzone finita sotto trance), e tendono a ignorare tutto il processo che avviene tra l'ispirazione e la registrazione. Ma d'altronde è bene che tutto questo lavoro sia invisibile, e che l'ascoltatore percepisca la musica come se scaturisse in quel momento da chi la suona, deve vedere la statua e non il lavoro di lima o di scalpello. Se arriva un'emozione, e non il lavoro tecnico che l'ha prodotta, ho raggiunto il risultato.

Qualcuno obietta che aggiungere sovrastrutture concettuali inquina il godimento puro della musica.
Il razionale e l’emotivo; l’ineffabile e la tecnica; il soggettivo e l’oggettivo. C’è da riempire volumi di filosofia della musica. Dal mio punto di vista, io l’ho risolto così: la conoscenza e la preparazione per così dire “intellettuale” non tolgono nulla alla fruizione di un’opera artistica, o se tolgono un certo piacere grezzo dell’ingenuità lo sostituiscono con uno ben maggiore di godimento estetico o mentale. E’ vero che chi più "sa" perde quello stupore infantile davanti alla bellezza, e diventa anche più selettivo, ma aggiunge nuovi livelli di comprensione che aumentano di complessità l’esperienza artistica.

D'altro canto ognuno sentirà qualcosa di diverso nello stesso brano. Il musicista noterà i passaggi armonici degli archi, il batterista sarà ipercritico su come ho usato la ritmica. Chi mi conosce metterà istintivamente i miei testi in rapporto con me, e chi invece li trova sul web li leggerà con distacco. Ci sono troppi fattori personali e di contesto che influenzeranno chi ascolta, che qualunque messaggio io trasmetta arriverà passando attraverso una montagna di filtri. E' impossibile pretendere di decidere quello che viene comunicato o di imporre un'emozione o un'interpretazione.
La musica è anche l’arte di non dire.

Quindi è affascinante pensare che nel momento in cui quella roba è registrata su un qualunque supporto, esce da me, non è più roba solo mia, chi la ascolterà ci troverà quel che vuole, non proverà le mie emozioni, ma le sue, capirà le parole come vorrà, le assocerà alla sua vita. E qui c’è anche tutto il rituale legato al distribuire un album, creare aspettativa, far leggere i testi. Immaginare l'amico davanti all'enorme distesa di una musica inattesa, immaginare le mie creazioni che si diffondono in un altro ambiente e assumono altre forme, provocano reazioni. E' un'operazione di tipo e dimensioni completamente diverse dal fare ascoltare una singola canzone in privato.

Ma poi è vero che le canzoni decollano, prendono vita propria, una rimane in testa più di un'altra, e ricompare all'improvviso sotto la doccia, perché ha un suo carattere a prescindere dall'inclusione in un album. Per questo non credo che l'album sia un limite, più di quanto lo sia un'esposizione per un quadro o una raccolta di racconti per un racconto. O una bella scatola per un cioccolatino.


martedì 13 settembre 2016

questa canzone non è in vendita

questa canzone non è in vendita
chi mai la comprerebbe?
a chi potrebbe fregare qualcosa
delle cose inutili che scrivo?
(This song, Visions)



Per lungo tempo ho scritto solo per me. O per pochi altri. Oppure avendo in mente un'idea vaga di diffusione della mia musica, ma che in concreto non ho realmente perseguito, non nei modi classici almeno. Eppure anche chi scrive da solo può inseguire una forma, una qualità, come se avesse in testa un pubblico immaginario, del quale cerca di immaginare le reazioni; non qualcuno di preciso da accontentare, ma un'idea generica, forse un altro se stesso che potrebbe ascoltare e giudicare. E anche un pubblico immaginario può essere molto severo.

Io scrivevo per me, ma è come se fossi certo che qualcuno prima o poi l'avrebbe ascoltata. Non era quindi un modo per mettermi in mostra, il che non significa non essere narcisista: alla base c'è sempre l'enorme piacere di specchiarsi nella propria creazione, ma per questo basta riascoltarsi, non necessariamente essere ascoltato. La musica bastava a me, era come i diari dell'adolescenza, faceva parte di quel mondo interiore che si coltiva senza nessuna prospettiva di portarlo allo scoperto. A volte mi è incomprensibile, come può essere incomprensibile Emily Dickinson (che per tutta la vita ha tenuto le proprie poesie in un cassetto - e non a caso è citata indirettamente in Esercizi Spirituali). Viviamo talmente immersi in un mondo di talent, che a volte ci suona inaccettabile l'idea che qualcuno insegua qualcosa di bello per se stesso.

La musica può essere un rifugio, un universo costruito a mia misura, il mio spazio di onnipotenza, in cui sono io il creatore, in cui nessuno può darmi regole. Ed è difficile uscire da un rifugio quando ci si trova tanto a proprio agio (questo è uno dei temi di Visions). La musica è l'amico immaginario, la coperta di Linus, il mondo sotto le coperte. Di fatto, è un modo brillante per restare bambini, e continuare a giocare.

Anche quando ci sono stati ascoltatori, la componente "per me stesso" è rimasta prevalente. Potrei spiegare così la presenza di idee complesse, di progetti di "concept album", di riferimenti incrociati dentro alle mie creazioni, che non ho mai preteso che l'ascoltatore capisse. Ho infarcito testi di simboli o citazioni o doppi sensi non facilmente intelligibili, senza imporre spiegazioni se non venivano chieste. Ho lavorato su alcuni testi in maniera maniacale, ma so che quasi nessuno se ne è chiesto il senso. Che ascolti canzoni mie o di Battisti/Mogol, sono sicuro che ai più sfugga (o semplicemente non interessi) l'esistenza di significati più profondi, se una frase è stata scritta di getto o se è oggetto di mesi di cesello, se ha un senso o serve solo a fare rima. Qualcuno preferisce soffermarsi su quello che gli evoca il quadro, qualcun altro, invece, sa che maggiori informazioni sulla storia ed il contesto possono dargli un diverso livello di fruizione del quadro e un maggiore discernimento, anziché guastarne il godimento istintivo. Se a uno basta gustarsi un suono o una melodia, non pretendo di imporgli ulteriori livelli di ascolto, che però, volendo, potrebbe trovare. Io ho nascosto un tesoro, chi vuole giocare alla caccia è il benvenuto.

E' il mio gioco, e a volte la mia ossessione. Come lavorare un anno per trovare l'espressione giusta per trasmettere un'emozione, un ricordo, un sogno, quando il termine di confronto lo possiedo solo io. L'ascoltatore esterno giudicherà se il risultato è "bello", io giudicherò se sono riuscito a dare forma a quel che avevo dentro. (L'autore, avendo sempre un termine di confronto, raramente è pienamente soddisfatto della sua opera). Il risultato è qualcosa di molto più straordinario di un album di fotografie della mia vita. E' come se fossi riuscito a fissare nel tempo non solo le immagini ma tutto il vissuto che c'è dentro, è un album di ricordi particolarissimo e personalissimo.

In tutto questo parziale nascondermi, qual è il confine tra modestia e snobismo? Quale tra insicurezza e consapevolezza dei miei limiti? Potremmo discuterne per ore. In realtà ho ascoltato una quantità talmente enorme di musica che da un lato penso che ci sarebbe un posticino anche per me in questo universo, dall'altro mi chiedo a chi potrebbe realmente interessare una manciata di canzoni in più di uno sconosciuto quando io stesso non riesco a dedicare che un paio di ascolti all'album dell'anno.