venerdì 27 marzo 2020

sdrucciolevole

Sdrucciolevole

Ho capito l'importanza delle sdrucciole una volta che Sergio Caputo disse che aveva smesso di scrivere swing perché aveva finito - appunto - le sdrucciole. Ci sono generi musicali nati per la lingua inglese che, per essere adattati all'italiano, richiedono particolari accorgimenti metrici che a noi non risultano naturali. Come Vasco, che per fare rock deve usare una quantità enorme di monosillabi e parole accentate. O come la classica ballata shuffle in 12/8 che, essendo a terzine, richiede parole sdrucciole.

Questa canzone, al di là dell'ammiccante gioco di parole del titolo, ha come protagonista una di quelle persone che non riescono mai a calarsi a fondo negli eventi perché non riescono a evitare di guardarsi vivere.



mercoledì 25 marzo 2020

ripercorrendo il film

grazie a Dio sono immune dal potere 
di essere smosso dal tuo smuovere la polvere 
dal tuo recensire il film
grazie a Dio sono al sicuro dalla poesia
(Reviewing the film, Plaster ceilings)

Per un lungo periodo della mia vita ho collezionato i miei ricordi trasferendoli in musica, ho rastrellato emozioni e le ho conservate come si conserva un fiore tra le pagine di un libro,
ho distillato sensazioni e immagini per farne essenze concentrate, come se con qualche strana alchimia avessi catturato il tempo e lo avessi intrappolato in tante piccole fialette, che solo aprire il tappo libera vortici di ricordi.
Ora che ho accumulato più "fialette" che nella stanza delle pozioni di Harry Potter (la sola racconta dei miei testi non sta più in un raccoglitore ad anelli) è difficile descrivere cosa significhi disporre di questo patrimonio.
Sono ancore potentissime, puntatori precisi, bastano due note per riportare in vita luogo, tempo e circostanze in cui le ho concepite. Come le vecchie fotografie, che al tempo stesso sembrano lontanissime o appena passate. La sensazione bellissima o straziante che si prova rileggendo un vecchio diario, quando non sembra più la tua calligrafia, ma riconosco il linguaggio.
Un aspetto che mi colpisce è la sincerità spudorata di alcune cose, che non corrisponde alla mia memoria: mi ricordavo di aver buttato giù parole di getto, senza una grande introspezione, spesso affascinato dal suono delle parole e dalla musicalità dei versi; tanto è vero che a volte creavo un testo senza senso, poi solo in seguito cercavo di dargli forma. Oggi invece rileggo le stesse parole e ci trovo verità strabilianti: evidentemente hanno funzionato come una sorta di scrittura automatica, di registro dei sogni, credevo di scrivere cose completamente “estranee” e invece mi stavo raccontando.
Invece a volte, col favore della distanza (si mette a fuoco solo da lontano), mi diverto ad analizzare quello che ho scritto con il massimo distacco, come se fossi critico o storico della musica: allora divento sensibile alle evoluzioni degli stili e della qualità, diventano più palesi - in prospettiva - le influenze esterne, scopro legami tra cose che sembravano indipendenti, fili conduttori, temi ricorrenti. A volte trovo un'espressione che in seguito, senza esserne cosciente, ho ripreso per altro uso, e scopro collegamenti che non sospettavo, e solo allora riesco a definire una mia poetica, anche se non ricordo di averla mai programmata a tavolino.

sabato 21 marzo 2020

un'altra notte (soltanto per vederti passare)

Un'altra notte (soltanto per vederti passare) (cliccare qui a sinistra per ascoltare) è uno di quei brani in cui ho affidato alla musica il compito di evocare un'emozione, e ho usato solo il titolo come didascalia, per cui ogni parola che aggiungerò è di troppo. Dedicata a un "essere di fuga", a una di quelle presenze la cui inafferrabilità non fa che accrescerne la desiderabilità, è il racconto di una sensazione che dura il tempo di uno sguardo e della nostalgia cosmica che lascia la sua assenza.
Anni dopo ho creato una versione cantata che si innesta su questo brano, ma non ho trovato tra le mie registrazioni una versione all'altezza di essere pubblicata.
Consigli per l'ascolto: una notte d'estate, con le luci della città dall'alto della collina.

venerdì 13 dicembre 2019

un fucile caricato a parole

quando riempio la ventiquattr'ore
e scelgo quali sogni portare
e carico il mio aereo a pedali
e un fucile caricato a parole
[...]
ho deciso da che parte mi schiero
(Da che parte mi schiero)

Oggi lavoriamo sulla parola "impegno". Io ho potuto assistere a fasi musicali diversissime, compresi periodi in cui il valore dei testi era ritenuto più importante di quello della musica, in cui tra compagni di scuola si parlava di poesia, in cui ci si trovava in una cantina a parlare di un album. E ho anche vissuto varie ondate della musica cosiddetta di impegno, addirittura momenti in cui veniva stigmatizzato chi non si dichiarava impegnato, situazione che oggi appare totalmente anacronistica.
Evidentemente si tratta di categorie che perdono di senso nel momento in cui hai una platea ridotta come la mia. Le mie canzoni non potrebbero mai cambiare il mondo, e sarebbe assurdo che me ne ponessi l'obiettivo, possono solo raccontare la mia idea di mondo; e, fatta eccezione dei pochi esempi di espliciti temi sociali, tra le righe di quello che ho fatto non ho mai nascosto "da che parte mi schiero".
Tuttavia sono convinto che nel mestiere di fare musica l'impegno si trovi soprattutto nel lavoro poetico, narrativo, estetico, nella ricerca della bellezza.
Certamente una canzone può definirsi impegnata se svela verità scomode o se dà voce a chi non ne ha, ma già il pensiero di invitare alla riflessione o alla fruizione della bellezza, in un momento storico di banalizzazione della comunicazione, sovraddosaggio di immagini e volgarizzazione delle interazioni sociali, si può considerare impegno. L'arte può elevare lo spirito, educare all'apertura e alla tolleranza, allenare il senso critico, il confronto, la discussione. “Credo nel potere del riso e delle lacrime”, come diceva Chaplin, e aggiungo della musica, “come antidoto per l’odio e per la violenza”.

lunedì 28 gennaio 2019

L'importanza di chiamarsi ...

Probabilmente ha destato più di una curiosità il nome che ho usato per anni per firmare la mia musica, "H45". Un musicista singolo che si nasconde dietro il finto nome di un gruppo oggi è una prassi molto diffusa, ma non allora, per me era solo un gioco. Mi attiravano i gruppi rock identificati da sigle o lettere e numeri, e mi scelsi uno pseudonimo poco didascalico, che suonava bene in inglese e che potesse sollecitare domande, ma paradossalmente non avevo pronta nessuna risposta, perché non nascondeva alcun significato. Poi, come tante cose provvisorie, è rimasto per sempre,
Solo quando ho cominciato ad avere un po' più di visibilità, ho progressivamente introdotto prima le mie iniziali (quasi subliminali, evidenziate nel titolo in eserCizi sPirituali) poi il mio vero nome, che è come metterci la faccia. Usare uno pseudonimo è in fondo dar vita a un personaggio inventato, ma ha i suoi vantaggi, rende meno facile l'identificazione e permette di rendere più anonima, e quindi più universale, la mia musica.

giovedì 2 febbraio 2017

L'evoluzione dello stile

A proposito di giochetti e di riferimenti comprensibili solo al sottoscritto, l'album Esercizi Spirituali si apre con una breve introduzione strumentale intitolata L'evoluzione dello stile (la vita e le opere), che in effetti vorrebbe, non senza ironia, sintetizzare in poche battute i cambiamenti di linguaggio nella mia produzione. Inizialmente si possono ascoltare, sovrapposte e distinte sui due canali stereo, le introduzioni strumentali di "The Melody Plot" e "Moods" (ironicamente scrivevo nel mio sito "ben riconoscibili da chi conosce i precedenti lavori"), che si fondono dopo poche battute in una sorta di arrangiamento dance, che richiama in qualche modo lo stile dell'album, se non nel ritmo almeno nel gioco di intrecci di suoni e improvvisazioni.



lunedì 21 novembre 2016

Il racconto e il romanzo

Sto scrivendo una canzone alla Bruce Springsteen
e non è esattamente il tipo di cosa di cui vado fiero.
(This song, Visions)

Figlio di “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”, “The wall" o "The six wives of Henry VIII" (per citar esempi molto diversi), è comprensibile che abbia sempre avuto l'obiettivo di realizzare "album" più che canzoni. Affascinato, quando non ossessionato, da un'idea modernista della letteratura e da una consapevolezza dell'arte concettuale, ho spesso pensato in termini di un "tutto" che fosse di più della somma delle sue parti. Anche se non ho mai realizzato il "concept album" nel senso tradizionale, l'idea di unità, non solo temporale, che comporta inevitabilmente continuità di stile, ma progettuale, è ricorrente nella mia produzione.  Le mie canzoni sono talmente diverse tra loro che nessuno potrebbe farsi un'idea completa scegliendone una a caso (anche perché spesso inserisco brani interlocutori, scherzosi o strutturali, ripresa di motivi ecc.), ma solo inserendola in un contesto.

Anche in questo campo, inutile dire che si tratta di un gioco quasi esclusivamente mio. Pochi percepiscono l'immane lavoro che c'è dietro a un album, soprattutto quello di scarto e selezione. Molti hanno un'idea romantica dell'ispirazione artistica (un'entità magica che quasi detta la canzone finita sotto trance), e tendono a ignorare tutto il processo che avviene tra l'ispirazione e la registrazione. Ma d'altronde è bene che tutto questo lavoro sia invisibile, e che l'ascoltatore percepisca la musica come se scaturisse in quel momento da chi la suona, deve vedere la statua e non il lavoro di lima o di scalpello. Se arriva un'emozione, e non il lavoro tecnico che l'ha prodotta, ho raggiunto il risultato.

Qualcuno obietta che aggiungere sovrastrutture concettuali inquina il godimento puro della musica.
Il razionale e l’emotivo; l’ineffabile e la tecnica; il soggettivo e l’oggettivo. C’è da riempire volumi di filosofia della musica. Dal mio punto di vista, io l’ho risolto così: la conoscenza e la preparazione per così dire “intellettuale” non tolgono nulla alla fruizione di un’opera artistica, o se tolgono un certo piacere grezzo dell’ingenuità lo sostituiscono con uno ben maggiore di godimento estetico o mentale. E’ vero che chi più "sa" perde quello stupore infantile davanti alla bellezza, e diventa anche più selettivo, ma aggiunge nuovi livelli di comprensione che aumentano di complessità l’esperienza artistica.

D'altro canto ognuno sentirà qualcosa di diverso nello stesso brano. Il musicista noterà i passaggi armonici degli archi, il batterista sarà ipercritico su come ho usato la ritmica. Chi mi conosce metterà istintivamente i miei testi in rapporto con me, e chi invece li trova sul web li leggerà con distacco. Ci sono troppi fattori personali e di contesto che influenzeranno chi ascolta, che qualunque messaggio io trasmetta arriverà passando attraverso una montagna di filtri. E' impossibile pretendere di decidere quello che viene comunicato o di imporre un'emozione o un'interpretazione.
La musica è anche l’arte di non dire.

Quindi è affascinante pensare che nel momento in cui quella roba è registrata su un qualunque supporto, esce da me, non è più roba solo mia, chi la ascolterà ci troverà quel che vuole, non proverà le mie emozioni, ma le sue, capirà le parole come vorrà, le assocerà alla sua vita. E qui c’è anche tutto il rituale legato al distribuire un album, creare aspettativa, far leggere i testi. Immaginare l'amico davanti all'enorme distesa di una musica inattesa, immaginare le mie creazioni che si diffondono in un altro ambiente e assumono altre forme, provocano reazioni. E' un'operazione di tipo e dimensioni completamente diverse dal fare ascoltare una singola canzone in privato.

Ma poi è vero che le canzoni decollano, prendono vita propria, una rimane in testa più di un'altra, e ricompare all'improvviso sotto la doccia, perché ha un suo carattere a prescindere dall'inclusione in un album. Per questo non credo che l'album sia un limite, più di quanto lo sia un'esposizione per un quadro o una raccolta di racconti per un racconto. O una bella scatola per un cioccolatino.