mercoledì 1 aprile 2020

piccoli piacevoli incidenti meteorologici

In piccoli piacevoli incidenti meteorologici (▶) i più vispi potranno intuire che il pezzo nasce, come altri dello stesso CD, da un tentativo - che poi non andò in porto - di comporre una manciata di brevi passaggi sonori per un DVD-ROM multimediale che parlava di treni.
I più suggestionabili potranno chiudere gli occhi e immaginare di veder scorrere dal finestrino una campagna che cambia di colore e profumo al cambiare del tempo.
I più romantici crederanno persino di sentire il fruscio della pioggia sui vetri. 

venerdì 27 marzo 2020

sdrucciolevole

Sdrucciolevole

Ho capito l'importanza delle sdrucciole una volta che Sergio Caputo disse che aveva smesso di scrivere swing perché aveva finito - appunto - le sdrucciole. Ci sono generi musicali nati per la lingua inglese che, per essere adattati all'italiano, richiedono particolari accorgimenti metrici che a noi non risultano naturali. Come Vasco, che per fare rock deve usare una quantità enorme di monosillabi e parole accentate. O come la classica ballata shuffle in 12/8 che, essendo a terzine, richiede parole sdrucciole.

Questa canzone, al di là dell'ammiccante gioco di parole del titolo, ha come protagonista una di quelle persone che non riescono mai a calarsi a fondo negli eventi perché non riescono a evitare di guardarsi vivere.



mercoledì 25 marzo 2020

ripercorrendo il film

grazie a Dio sono immune dal potere 
di essere smosso dal tuo smuovere la polvere 
dal tuo recensire il film
grazie a Dio sono al sicuro dalla poesia
(Reviewing the film, Plaster ceilings)

Per un lungo periodo della mia vita ho collezionato i miei ricordi trasferendoli in musica, ho rastrellato emozioni e le ho conservate come si conserva un fiore tra le pagine di un libro,
ho distillato sensazioni e immagini per farne essenze concentrate, come se con qualche strana alchimia avessi catturato il tempo e lo avessi intrappolato in tante piccole fialette, che solo aprire il tappo libera vortici di ricordi.
Ora che ho accumulato più "fialette" che nella stanza delle pozioni di Harry Potter (la sola racconta dei miei testi non sta più in un raccoglitore ad anelli) è difficile descrivere cosa significhi disporre di questo patrimonio.
Sono ancore potentissime, puntatori precisi, bastano due note per riportare in vita luogo, tempo e circostanze in cui le ho concepite. Come le vecchie fotografie, che al tempo stesso sembrano lontanissime o appena passate. La sensazione bellissima o straziante che si prova rileggendo un vecchio diario, quando non sembra più la tua calligrafia, ma riconosco il linguaggio.
Un aspetto che mi colpisce è la sincerità spudorata di alcune cose, che non corrisponde alla mia memoria: mi ricordavo di aver buttato giù parole di getto, senza una grande introspezione, spesso affascinato dal suono delle parole e dalla musicalità dei versi; tanto è vero che a volte creavo un testo senza senso, poi solo in seguito cercavo di dargli forma. Oggi invece rileggo le stesse parole e ci trovo verità strabilianti: evidentemente hanno funzionato come una sorta di scrittura automatica, di registro dei sogni, credevo di scrivere cose completamente “estranee” e invece mi stavo raccontando.
Invece a volte, col favore della distanza (si mette a fuoco solo da lontano), mi diverto ad analizzare quello che ho scritto con il massimo distacco, come se fossi critico o storico della musica: allora divento sensibile alle evoluzioni degli stili e della qualità, diventano più palesi - in prospettiva - le influenze esterne, scopro legami tra cose che sembravano indipendenti, fili conduttori, temi ricorrenti. A volte trovo un'espressione che in seguito, senza esserne cosciente, ho ripreso per altro uso, e scopro collegamenti che non sospettavo, e solo allora riesco a definire una mia poetica, anche se non ricordo di averla mai programmata a tavolino.

sabato 21 marzo 2020

un'altra notte (soltanto per vederti passare)

Un'altra notte (soltanto per vederti passare) (cliccare qui a sinistra per ascoltare) è uno di quei brani in cui ho affidato alla musica il compito di evocare un'emozione, e ho usato solo il titolo come didascalia, per cui ogni parola che aggiungerò è di troppo. Dedicata a un "essere di fuga", a una di quelle presenze la cui inafferrabilità non fa che accrescerne la desiderabilità, è il racconto di una sensazione che dura il tempo di uno sguardo e della nostalgia cosmica che lascia la sua assenza.
Anni dopo ho creato una versione cantata che si innesta su questo brano, ma non ho trovato tra le mie registrazioni una versione all'altezza di essere pubblicata.
Consigli per l'ascolto: una notte d'estate, con le luci della città dall'alto della collina.

venerdì 13 dicembre 2019

un fucile caricato a parole

quando riempio la ventiquattr'ore
e scelgo quali sogni portare
e carico il mio aereo a pedali
e un fucile caricato a parole
[...]
ho deciso da che parte mi schiero
(Da che parte mi schiero)

Oggi lavoriamo sulla parola "impegno". Io ho potuto assistere a fasi musicali diversissime, compresi periodi in cui il valore dei testi era ritenuto più importante di quello della musica, in cui tra compagni di scuola si parlava di poesia, in cui ci si trovava in una cantina a parlare di un album. E ho anche vissuto varie ondate della musica cosiddetta di impegno, addirittura momenti in cui veniva stigmatizzato chi non si dichiarava impegnato, situazione che oggi appare totalmente anacronistica.
Evidentemente si tratta di categorie che perdono di senso nel momento in cui hai una platea ridotta come la mia. Le mie canzoni non potrebbero mai cambiare il mondo, e sarebbe assurdo che me ne ponessi l'obiettivo, possono solo raccontare la mia idea di mondo; e, fatta eccezione dei pochi esempi di espliciti temi sociali, tra le righe di quello che ho fatto non ho mai nascosto "da che parte mi schiero".
Tuttavia sono convinto che nel mestiere di fare musica l'impegno si trovi soprattutto nel lavoro poetico, narrativo, estetico, nella ricerca della bellezza.
Certamente una canzone può definirsi impegnata se svela verità scomode o se dà voce a chi non ne ha, ma già il pensiero di invitare alla riflessione o alla fruizione della bellezza, in un momento storico di banalizzazione della comunicazione, sovraddosaggio di immagini e volgarizzazione delle interazioni sociali, si può considerare impegno. L'arte può elevare lo spirito, educare all'apertura e alla tolleranza, allenare il senso critico, il confronto, la discussione. “Credo nel potere del riso e delle lacrime”, come diceva Chaplin, e aggiungo della musica, “come antidoto per l’odio e per la violenza”.

lunedì 28 gennaio 2019

L'importanza di chiamarsi ...

Probabilmente ha destato più di una curiosità il nome che ho usato per anni per firmare la mia musica, "H45". Un musicista singolo che si nasconde dietro il finto nome di un gruppo oggi è una prassi molto diffusa, ma non allora, per me era solo un gioco. Mi attiravano i gruppi rock identificati da sigle o lettere e numeri, e mi scelsi uno pseudonimo poco didascalico, che suonava bene in inglese e che potesse sollecitare domande, ma paradossalmente non avevo pronta nessuna risposta, perché non nascondeva alcun significato. Poi, come tante cose provvisorie, è rimasto per sempre,
Solo quando ho cominciato ad avere un po' più di visibilità, ho progressivamente introdotto prima le mie iniziali (quasi subliminali, evidenziate nel titolo in eserCizi sPirituali) poi il mio vero nome, che è come metterci la faccia. Usare uno pseudonimo è in fondo dar vita a un personaggio inventato, ma ha i suoi vantaggi, rende meno facile l'identificazione e permette di rendere più anonima, e quindi più universale, la mia musica.

mercoledì 28 marzo 2018

storia parte 3: la solitudine insondabile

fa' che le nostre anime non diventino grigie
fa' che le nostre anime non diventino aride
(We fall apart, A word in season, 1985)


Capitolo successivo.
In Sicilia possedevo un vecchio piano, difettoso e scordato, ma di cui colsi un grande potenziale nel suono cupo ed evocativo. Lunghe preziose ore di solitudine e di prove sottratte alla spiaggia posero le basi a un nuovo modo di scrivere e a nuove possibilità ritmiche, insieme all'ispirazione inesauribile costituita dal mio "giardino", di cui parlerò diffusamente. Questo avveniva d'estate, mentre in inverno mi approcciai alla chitarra, che, sebbene abbia suonato raramente nelle registrazioni, è stata spesso lo strumento con cui ho abbozzato i nuovi pezzi. Il rapporto quasi fisico che si crea con la chitarra rende possibile un approccio più immediato e viscerale alla composizione.
I miei gusti in quegli anni pendono decisamente verso la musica inglese new wave e dark, la cui influenza sulla mia musica è subliminale ma non trascurabile: è nel nero delle copertina (che contiene solamente il mio monogramma in bianco), ma anche nelle armonie ripetute, in certo minimalismo delle melodie, nella ricerca di suoni sintetici, persino nella mia pronuncia inglese sfacciatamente londinese. Anche se ho sempre amato troppo il pop per diventare dark.
Tutte queste cose insieme portato a un lento cambiamento di stile e a nuove potenzialità espressive, ed è qui che si situa la mia successiva coppia di album. A partire dai titoli, che cominciano ad essere complessi (la mia passione per i titoli! scriverei canzoni solo per poter dar loro dei nomi). 
A word in season riprende la mia anima pop, con divertenti incursioni nei generi più diversi.
Ma nell'album gemello i temi si fanno più esistenziali, le atmosfere più cupe, la musica più “seria”.
Il titolo completo è Plaster Ceilings (and walls of ice) (da una canzone di Don McLean: “why must windows and doors and plaster ceilings separate us from each other's feelings?“)
Un'altra citazione importante contenuta nel libretto (altra novità) è dalle lettere di Van Gogh, riportata con snobismo nell'originale francese: “Non saprei dire cos’è che ci rinchiude, che sembra seppellirci, quali sbarre, quali grate, dei muri...” . Insomma, è chiaro che l'album (che ha come ulteriore sottotitolo "il teorema dell'abbandono") vuole essere una specie di trattato sull'incomu­nicabilità, sulla solitudine (prima o poi ci si casca tutti). Non parlo direttamente della mia solitudine, tiro fuori la materia prima da me e la esploro in un'intera tavolozza di sfumature, di possibilità, la plasmo in altre forme ed altre storie, che siano in prima o terza persona, ma le storie che racconto non sono le mie, e sono sicuro che allora non cercavo di travestire artificiosamente le “mie” sensazioni, almeno non mi ponevo il problema consciamente.
I testi infatti sono più intimi, e anche più “pesanti”, se così posso dire, e sono molto legati alla musica. Con Plaster Ceilings riprendo decisamente in mano il filo iniziato quando scrivevo canzoni sui diari, e, calando progressivamente la maschera, mi porterà dritto fino all'enorme lavoro di Visions.
Possiamo considerare questa fase creativa conclusa con un evento preciso, un concerto di beneficenza (il "concerto per Araujo"), in preparazione del quale fui costretto a fare ordine tra tutti i miei appunti, sistematizzare la roba che ancora non era stata collocata da nessuna parte, completare i testi che ancora mancavano. Feci quindi una sorta di raccolta alla "basement tapes", in cui raccolsi inediti, registrazioni fatte in gruppo, nuove versioni di canzoni già registrate, rispondendo contemporaneamente al bisogno di tirare le somme sul periodo trascorso, e concluso con il concerto, e a quello di gettare le basi per il futuro. C'erano infatti molte tracce che non avrei più sviluppato e altre che sarebbero confluite nei due album seguenti. L'album era una doppia cassetta dal titolo Here and there (sottotitolo pettegolezzi indiscrezioni curiosità), e rappresenta una sorta di spartiacque tra due periodi precisi. Da qui in poi, si comincia a scrivere la Storia.